Il sorriso (a metà) di Pechino
Chi non credesse alle Borse, giudicandole troppo volatili, può leggere le tabelle di ieri con le proiezioni dell’Ocse; il risultato non cambia: la ripresa nei paesi occidentali arranca. Il superindice mensile elaborato dall’organizzazione appartiene al campo delle previsioni: rallenterà l’Italia (superindice in calo da 101,2 punti ad aprile a 100,7 a maggio), rallenteranno Francia e Germania. Perfino gli Stati Uniti fronteggiano una “possibile inversione”.
5 AGO 20

Cina e India ne risentiranno ma per ora in misura minore. Così il declassamento dell’occidente avvicina sensibilmente il giorno in cui Pechino salirà in vetta alla classifica mondiale delle maggiori economie. Per gli analisti di Hsbc – ricorda il Wall Street Journal – “il momento della verità” sarà nel 2050. Per quelli di Deutsche Bank nel 2040. Per il Fondo monetario internazionale il sorpasso avverrà nel 2016. L’approssimarsi della scadenza renderà orgogliosi i vertici del Partito comunista del paese asiatico.
Orgogliosi e tracotanti, aggiungono i pessimisti. In fondo non è un caso che i viaggi della leadership cinese in Europa si siano intensificati negli ultimi mesi. A fine giugno è toccato al premier Wen Jiabao che, visitando Ungheria, Germania e Gran Bretagna, ha espresso “sostegno” al Vecchio continente e ha aggiunto: “Acquisteremo, secondo le necessità, quantità di debito sovrano europeo”. In realtà gli acquisti sono già in corso, si stima che fino al 10 per cento dei bond Ue sia nelle mani di Pechino. Un sostegno che, dalla Grecia all’Irlanda, procede di pari passo con investimenti industriali made in China. Ma per il paese asiatico le buone notizie sulla frenata euroamericana finiscono qui.
Pechino per esempio segue con apprensione il dibattito statunitense sull’innalzamento del livello di debito consentito. Un default temporaneo porterebbe a una forte svalutazione del dollaro. Cosa ne sarà allora degli oltre 1.000 miliardi di T-bond acquistati dalla Cina? Anche dalla crisi europea potrebbero arrivare pericolosi colpi di coda, e non a caso ieri Yi Gang, vicegovernatore della Banca centrale cinese, ha detto che il paese è pronto a “esplorare varie maniere per cooperare efficacemente con l’Ue sulla crisi del debito”. “I cinesi traggono benefici strategici più di chiunque altro da un’Eurozona forte – dice al Foglio Ian Bremmer, presidente del centro di analisi statunitense Eurasia Group – non solo in termini commerciali, ma anche perché l’euro offre una via di fuga dal dollaro come moneta di riserva globale”.
Se l’euro cade in disgrazia, cosa ne sarà del tentativo cinese di diversificare le proprie riserve? E tutto ciò come se non bastassero i problemi interni ai confini del gigante asiatico che, per esempio, non riesce a domare l’inflazione, arrivata a giugno al 6,4 per cento, mai così in alto da tre anni e mezzo.